John Stockton, il ritratto del playmaker

“La cosa che mi carica di più in campo? Riuscire a far segnare un canestro importante a un mio compagno.

John Stockton

Se dovessimo raffigurare l’immagine del playmaker per eccellenza, molto probabilmente avrebbe le fattezze di John Stockton. Eppure, quando si affacciò sul grande mondo della NBA quel ragazzo bianco, magrolino, di soli 185 centimetri, proveniente dalla cittadina di Spokane, nel piovoso Stato di Washington, e uscito senza troppe fanfare dall’Università di Gonzaga, in molti – compreso lui stesso – pensavano che sarebbe durato soltanto una stagione. Invece, di anni ne resistette 19, ritirandosi a 41 dopo aver riscritto diversi record della storia del gioco.

L’arte del passaggio: efficacia e concretezza prima di tutto

“Per essere un grande leader, devi desiderare che i tuoi compagni abbiano successo. La tua voglia di vincere deve superare il desiderio di brillare dal punto di vista personale.

John Stockton

In questa frase è racchiusa l’essenza di Stockton, la sua natura di stella a totale disposizione della squadra. Stockton era cresciuto idolatrando Magic Johnson, ma da lui, più che i no-look spettacolari, aveva appreso l’efficacia dell’arte del passaggio, trovando linfa vitale in quello strano sentimento di gioia condivisa che soltanto un grande assist sa creare, quella connection speciale con il ricevitore, quell’ebbrezza di essere riusciti, insieme, nell’obiettivo. In parole più semplici, la base del concetto di “squadra”.

GiocatoreAssistPartiteMedia
John Stockton15.8061.50410.5
Jason Kidd12.0911.3918.7
Steve Nash10.3351.2178.5
Mark Jackson10.3341.2968.0
Magic Johnson10.14190611.2
I migliori assistman della storia della NBA
John Stockton con la canotta degli Utah Jazz.

Stockton faceva la cosa giusta, non quella più teatrale ma quella più efficace. Non si inventava assist no-look, non palleggiava dietro la schiena o tra le gambe, ma aveva una capacità unica di prendere sempre la scelta migliore. Una capacità che lo ha portato a essere per nove stagioni consecutive il miglior passatore della Lega (1988-1996) e a guidare, con enorme distacco, la classifica degli assist della storia della NBA: primo con 15.806 in 1.504 gare di regular-season, per una media di 10.5 a partita, unico in doppia cifra assieme a Magic Johnson (11.2).

Quei 185 centimetri per nemmeno 80 kg non dovevano, però, ingannare. Perché Stockton era anche un difensore straordinario. Dotato di un fisico di ferro (soltanto 22 gare saltate in carriera), Stockton aveva un’intensità, una tenacia e una ferocia fuori dal comune unite a livelli stratosferici di astuzia e cinismo, caratteristiche che lo hanno sempre accompagnato nel novero dei giocatori “più sporchi” della Lega: nel 1997, un sondaggio di “Sports Illustrated” lo piazzò al secondo posto in questa speciale classifica, alle spalle del solo Dennis Rodman. Sulla palla, a dispetto dell’aria innocua, Stockton era uno squalo: bastava esporla per un decimo di secondo di troppo, ed era pronto ad azzannarla. In carriera ha ammassato 3.265 palle rubate con una media di 2.17 a partita, un altro record per ora ancora molto lontano dall’essere in pericolo.

GiocatoreRecuperiPartiteMedia
John Stockton3.2651.5042.17
Jason Kidd2.6841.3911.93
Michael Jordan2.5141.0722.35
Gary Payton2.4451.3351.83
Maurice Cheeks2.3101.1012.10
I giocatori con più palle recuperate nella storia della NBA

John Stockton, Karl Malone e gli Utah Jazz: un legame a vita

“Quando entri a far parte di una squadra, è come se vi legaste insieme. Non è una cosa da prendere alla leggera.

John Stockton

Quando Stockton venne scelto con la 16a chiamata al draft del 1984 (lo stesso di Michael Jordan, Charles Barkley e Hakeem Olajuwon), i tifosi lo accolsero con freddezza. Usciva da un’università di secondo piano e non era un nome conosciuto ai più. Eppure, bastarono un paio di stagioni perché Stockton rimpiazzasse Rickey Green e diventasse il playmaker e leader assoluto della squadra. Stockton non si sarebbe mai più mosso da Salt Lake City, formando con Karl Malone uno dei binomi più famosi della storia del gioco: “Stockton to Malone”, divenne una delle frasi più abusate dagli speaker dell’epoca per descrivere le migliaia di azioni in cui i due si erano trovati alla perfezione, spesso sugli sviluppi di situazioni in pick’n’roll condotte in maniera tremendamente efficace. Malone e Stockton giocarono assieme 18 stagioni, e fu anche grazie ai passaggi di Stockton che Malone chiuse la carriera come secondo miglior marcatore di sempre a quota 36.928 punti, alle spalle del solo Kareem Abdul-Jabbar.

John Stockton e Karl Malone hanno giocato assieme per 18 stagioni consecutive con gli Utah Jazz, raggiungendo le Finals NBA in due occasioni.
StagioniGiocatoreSquadraPeriodo
21Dirk NowitzkiDallas Mavericks1998-2019
20Kobe BryantLos Angeles Lakers1996-2016
19John StocktonUtah Jazz1997-2016
19Tim DuncanSan Antonio Spurs1984-2003
18Reggie MillerIndiana Pacers1987-2005
Giocatori NBA con il maggior numero di stagioni nella stessa squadra

I Jazz si qualificarono ai playoff in tutte le 19 stagioni con Stockton in regia, raggiungendo le Finals per due volte consecutive tra il 1997 e il 1998. La “sfortuna” di Stockton, ricordato assieme a Malone nel gruppo dei più grandi giocatori della storia a non aver mai vinto un anello NBA, è stata quella di ritrovarsi di fronte a quella che, per molti versi, è stata la squadra più forte di sempre: i Chicago Bulls di Michael Jordan e Scottie Pippen, allenati da Phil Jackson. In entrambe le occasioni, Chicago superò Utah nelle Finals per 4-2.

Essere se stessi, sempre e comunque

“Non ho mai cambiato nulla. Nemmeno la lunghezza dei miei pantaloncini.

John Stockton

Nell’estate del 1992, durante i Giochi Olimpici di Barcellona, John Stockton tentò un esperimento. Vestito da turista, girò per un intero pomeriggio lungo la rambla con una videocamera in mano. Fermava i passanti e chiedeva loro se avessero incontrato qualche giocatore del Dream Team. Nessuno – nessuno – lo riconobbe.

Le statue di John Stockton e Karl Malone di fronte all’arena degli Utah Jazz.

Ragazzo dal carattere schivo e riservato, giocatore più concreto che spettacolare e rimasto sempre legato a un mercato – quello di Salt Lake City – non particolarmente grosso, Stockton ha raccolto una quantità di riconoscimento minore di quanto, in realtà, avrebbe meritato. Non fu mai nemmeno seriamente considerato come possibile MVP nelle annate in cui realizzava più di 17 punti di media a partita infrangendo, contemporaneamente, record su record tra assist e palle recuperate. Eppure, Stockton è sempre rimasto se stesso per tutta la sua lunghissima carriera, non cambiando mai nulla della propria personalità o del proprio stile di gioco. Nemmeno i calzoncini, rimasti cortissimi, come andavano di moda negli anni ’80, anche all’inizio del nuovo millennio, quando la nuova moda li voleva larghi e cascanti sotto il ginocchio. Quel modello di pantaloni, quasi in simbiosi con il proprio portatore per eccellenza, venne poi ribattezzato “Stocktons” nel linguaggio gergale.

Dopo il ritiro, ufficializzato il 2 maggio 2003, Stockton sarebbe comunque rimasto per sempre nella memoria storica dello sport di Salt Lake City. Gli Utah Jazz ritirarono la sua maglia numero 12, ribattezzarono in John Stockton Drive il viale antistante l’arena ed eressero una statua in bronzo davanti al palazzo, poi affiancata da un’altra di Karl Malone nell’atto di andare a canestro. “Stockton to Malone”, uniti per sempre.

Scritto da Daniele Fantini