Le origini del basket: il cronometro dei 24″

Nelle prime otto stagioni di NBA, la media punti per squadra si aggira sugli 80 a partita. Se a prima vista sembrano tanti, considerando il periodo e la mancanza del tiro da tre punti, in realtà le gare soffrono lunghi momenti di vuoto e stallo, soprattutto nei minuti conclusivi: senza un tempo limite per tirare in ogni singola azione, le squadre in vantaggio, infatti, tendono a tenere il pallone il più a lungo possibile, e l’unico modo che per recuperare il possesso è spendere un fallo per mandare gli avversari in lunetta. Dunque, non particolarmente proficuo né per l’andamento della partita né per l’interesse degli spettatori, che iniziano ad annoiarsi in maniera troppo frequente.

Gli incidenti più famosi: dal 19-18 dei Pistons ai 6 overtime tra Indianapolis e Rochester

Gli esempi negativi sono tanti, ma il più famoso è una partita del 22 novembre 1950 tra Fort Wayne Pistons e Minneapolis Lakers, vinta dai Pistons per 19-18 con un parziale di 3-1 in un quarto periodo miserrimo. La tattica utilizzata da Fort Wayne per limitare George Mikan, centro dominante dei Lakers e primissima superstar della NBA, è molto semplice nella sua efficacia: tenere il pallone per un tempo indefinito dopo essere andati in vantaggio. Sul campo, questa strategia si traduce in soli 13 tiri tentati in tutta la serata. Insomma, uno scempio.

Qualche settimana dopo, il 6 gennaio 1951, Indianapolis Olympians e Rochester Royals giocano una partita con 6 overtime racimolando un punteggio complessivo di 10-8 nei 6 prolungamenti complessivi, due dei quali finiti 0-0: semplicemente, la squadra in possesso del pallone lo mantiene fino alla fine del tempo, tentando un tiro sulla sirena. È evidente che serve una rivoluzione nel regolamento, per il bene del gioco e, soprattutto, del pubblico, che inizia a scarseggiare ponendo l’intero sistema in difficoltà economiche (le squadre si riducono soltanto a 8).

La soluzione: un cronometro da 24″ per azione

L’idea giusta si illumina alla vigilia della stagione 1954-55, a Syracuse, cittadina dello stato di New York che al tempo ospita i Syracuse Nationals, oggi Philadelphia 76ers. Danny Biasone, proprietario della franchigia, e il gm Leo Ferris sperimentano l’adozione di un cronometro durante una serie di partitelle di allenamento scribacchiando calcoli su un tovagliolo di carta. Già, perché il cronometro dei 24″ in voga ancora oggi deriva da una formula matematica molto intuitiva.

“Ho controllato i box score delle partite che mi sono piaciute di più, dove il gioco non rimane in stallo. Ho visto che ogni squadra tenta in media 60 tiri, quindi 120 tiri a partita. Così ho diviso i secondi totali di una partita (2.880) per 120, e il risultato è 24”.

Danny Biasone, proprietario Syracuse Nationals

L’idea funziona: la NBA è salva!

Biasone e Ferris convincono la NBA ad adottare il cronometro dei 24″ nella stagione 1954-55, segnata proprio dal trionfo dei Syracuse Nationals, e l’impatto sul gioco è evidente. La media punti si alza dai 79.5 della stagione precedente a 93.1, scollina ampiamente oltre i 100 nel 1957-58 (106.6 con un altro balzo di 7 punti rispetto all’annata prima) e tocca il record assoluto di 118.8 nel 1961-62. Il pubblico risponde in maniera estremamente positiva al cambiamento del gioco, con un incremento del 40% in tre anni.

Il basket, e la NBA, sono salvi, come sottolineato anche da Bob Cousy, star dei Boston Celtics: “Prima dell’introduzione del cronometro, l’ultimo quarto poteva essere letale. La squadra in vantaggio teneva il pallone all’infinito, e l’unico modo per recuperarlo era spendere un fallo su un avversario. Non si tentavano tiri e il ritmo di gioco rallentava. Con il cronometro, invece, abbiamo azioni continue, il gioco respira e progredisce”.

scritto da Daniele Fantini